La spiritualità delle briciole

Mons. Davide Pelucchi

Premessa: una icona biblica sulle briciole

Tutti noi facciamo l’esperienza ogni giorno di sederci a tavola e di mangiare il pane. Al termine del pranzo normalmente rimangono sulla tovaglia delle briciole. Le briciole contano poco, niente.

Le diverse pietanze e i diversi oggetti con cui mangiamo vengono scelti con cura. Le briciole, no! Esse vengono ignorate. Vengono buttate per terra. Infine, vengono gettate nella spazzatura.

Con l’immagine delle briciole vorrei riassumere la spiritualità del Palazzolo.

Nel capitolo 7 del Vangelo di Marco si narra che Gesù, dopo la morte del Battista e la prima moltiplicazione dei pani, fece un viaggio nella regione di Tiro. In quel luogo Gesù, che desiderava stare solo e riposare un po’, venne avvicinato da una donna siro-fenicia che lo pregò di guarire sua figlia indemoniata. La scena è simile a tante altre raccontate dagli evangelisti.

In questo caso Gesù si comporta in maniera diversa. Ci aspetteremmo che guarisca immediatamente la ragazza, oppure dica una parola per guarirla a distanza. Gesù invece non rivolge a quella madre nemmeno una parola. Solo in seguito alla supplica di lei e all’intercessione dei discepoli, le dice: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.

Davanti a quella frase la madre non si offese. Semplicemente replicò: “Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. La donna non utilizzò l’immagine del “pane” utilizzata da Gesù, ma quella delle “briciole”. Lei stessa si fece piccola e umile come una briciola insignificante. La donna fece leva sull’abbondanza della misericordia divina: ai figli niente è tolto, ma quella mensa generosa arriva a saziare anche i cagnolini. Gesù lodò quella donna: “Donna, davvero grande è la tua fede” (Mt 15,28). “Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia” (Mc 7,29).

Quella donna non frequentava la sinagoga, invocava altri dei. Ma per Gesù era una donna di grande fede. Non tanto per il suo indomito amore di madre, ma per una convinzione profonda: “Dio è più attento alla vita e al dolore dei suoi figli, che non alla fede che professano”. Davanti a questa convinzione, Gesù cambiò. Si può dire che quella donna pagana ha “convertito” Gesù. Lo ha portato ad accogliere come figli i cagnolini di Tiro e di Sidone, lo ha aperto ad una dimensione universale. È come se gli avesse detto: “Tu non sei venuto solo per quelli di Israele, tu sei pastore del dolore del mondo”. Gesù ha imparato qualcosa su Dio e sull’uomo dall’amore di una madre straniera, da una “briciola”.

Questo testo parla di una casa, di una madre, di una ragazza ammalata, di un dolore, di un incontro occasionale. Parla della vita quotidiana dentro la quale entra il Signore, entra la speranza, entra la vita. Possiamo dire che in questo episodio si realizza l’incontro tra la vita e la fede.

 I limiti e le opportunità della quotidianità

Il quotidiano può apparire come un’abitudine insopportabile

La nostra vita è fatta di tanti gesti abitudinari, che in certi casi ci sembrano insopportabili per la loro ripetitività. Quando le abitudini diventano una routine insopportabile sogniamo momenti di evasione, di svago, di sospensione delle nostre responsabilità, del nostro ruolo in comunità, o sul lavoro. La quotidianità sembra pesare in modo particolare nell’attuale contesto dove la prestazione, l’emergere, il fare bella figura, esige persone efficaci e sempre all’altezza di ruoli alti. Per reggere il quotidiano occorre avere equilibrio. Se non si è vigilanti si creano le situazioni che possono determinare: lo spezzarsi di una relazione coniugale, la fine traumatica di un’amicizia, o di un fidanzamento, l’abbandono del ministero o l’uscita da una comunità religiosa, la crescita di risposte risentite, acide o offensive.

Dice Gesù nel discorso escatologico: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,37-39).

La generazione di Noè, prima di annegare nel diluvio, è annegata in un quotidiano vuoto, vissuto senza consapevolezza. Quella generazione non viene accusata di particolari malvagità, ma di non essersi resa conto di nulla. “Mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano” (Lc 17,28). Se la vita quotidiana non è nutrita d’amore, l’esistenza si appiattisce e si annega nella superficialità.

Il quotidiano è il luogo del culto esistenziale.

Accanto ai possibili rischi, la quotidianità contiene una preziosa opportunità: incontrare Dio. Nella seconda Lettera a Timoteo, san Paolo dice: “Figlio mio, io sto per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita” (2 Tm, 4,6). Egli riassume la sua vita con una immagine efficace: quella dell’offerta. Le parole: “Versato in offerta” dicono questo: “La mia vita trova il suo senso pieno nell’essere stata un sacrificio d’amore”. Non si diventa santi perché tutti i giorni si va a lavorare, si prepara da mangiare, si va a fare la spesa, si esce con gli amici.

Si diventa santi se si vivono con amore questi singoli gesti e li si offre a Dio e ai fratelli. La vita spirituale cresce quando riempie l’ordinario di umiltà e gratitudine.

La quotidianità di Gesù

Chi ha vissuto nel modo più radicale il valore della quotidianità è stato Gesù. Egli si è fatti “briciola”, cioè umile servo del Padre. Ha scelto di abitare per trent’anni in un paese sconosciuto, lontano dai centri importanti di commercio, di cultura, di peso politico. Quanta gente su questa terra nasce, soffre, muore, senza fare mai notizia, senza essere valorizzata, senza essere mai citata da nessun giornale. Di quanta gente non si saprà mai che è esistita, né quando è morta. Gesù è vissuto così per dire a tutti: “Io ho vissuto come voi, io sono vicino a tutti voi, io amo una vita semplice come la vostra”. Gesù ha incontrato gli uomini negli avvenimenti quotidiani, non nei grandi eventi. E si è allenato a questo.

Gesù venne a Nazareth, dove era cresciuto, e, secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere” (Lc 4,16).

Questo inciso accenna alla quotidianità di Gesù. Dice che normalmente ogni sabato egli si recava in sinagoga: “Secondo il suo solito”. Quando giunsero i giorni della Passione, Gesù non si spaventò, non ebbe paura, non rinunciò alla missione che il Padre gli aveva affidato, perché si era preparato mediante una consuetudine preparata per molti anni, “secondo il suo solito”. Amando la vita ordinaria, aveva acquisito una grande sapienza.

I trent’anni vissuti a Nazareth erano trascorsi senza grandi manifestazioni. I suoi contemporanei non lo avevano incontrato nel tempio o nelle sinagoghe, ma prevalentemente negli ambienti della vita ordinaria. I pescatori lo avevano incontrato sul lago. I pastori nei prati. Le donne in cucina. I lebbrosi lungo le strade. I bambini nelle piazze. I malati nei loro letti. Gli amici attorno ad un tavolo. I delinquenti sul patibolo.

Per questa ragione gli anni trascorsi a Nazareth sono gli unici che possono essere imitati da tutti, che sono alla portata di tutti.

La spiritualità nel quotidiano di don Luigi Palazzolo

L’espressione che Luca ha usato a proposito di Gesù, “secondo il suo solito”, la possiamo riconoscere presente anche nella vita del Palazzolo. Le sue iniziative pastorali, le sue attività caritative, il suo cammino spirituale, non li ha improvvisati, ma sono stati il risultato di scelte quotidiane che aveva coltivato fin da ragazzo, “secondo il suo solito”.

Il beato Palazzolo e la preghiera, “secondo il suo solito”

Durante gli anni della sua formazione in seminario era stato educato ad una serie di pratiche di pietà quotidiane che accolse con grande fedeltà: la meditazione, la messa, la lettura spirituale durante i pasti, la visita al Santissimo Sacramento, il Rosario e l’esame di coscienza. Inoltre viveva la confessione settimanale e gli esercizi spirituali annuali. Quelle pratiche, interiorizzate negli anni della formazione, le visse durante tutti gli anni del ministero sacerdotale. E le consigliò alle sue più strette collaboratrici.

Il beato Palazzolo e la carità, “secondo il suo solito”

La sua sensibilità verso i poveri e la disponibilità a dare importanza a quanti erano considerati le “briciole” della società non le improvvisò da adulto, ma le coltivò fin da ragazzo. I due terzi degli orfani e delle orfane da lui accolti erano mantenuti gratuitamente. I loro familiari, quando li portavano a don Luigi, si impegnavano a contribuire con una piccola retta, ma poi non davano seguito a quell’impegno, sapendo che il Palazzolo, non avrebbe messo nessuno alla porta.

Suor Estela Guerini, nel processo di Beatificazione, racconta che quando lei, entrata tra le suore delle Poverelle, si lamentò del cibo, il Palazzolo le confidò che da fanciullo, quando si recava a scuola distribuiva ai compagni più poveri quanto la mamma gli dava per la refezione e quanto egli stesso sottraeva alla mensa di casa.

Da giovane, quando frequentava l’oratorio maschile in via sant’Antonino, assieme agli altri giovani del quartiere visitava i malati in ospedale o nelle case private. E non vi andava mai a mani vuote. Nello zainetto teneva vivande che consegnava con garbo ai malati.

Il beato Palazzolo e la gioia, “secondo il suo solito”

Diventato prete che non aveva ancora 23 anni, don Luigi, provenendo da una famiglia benestante, avrebbe potuto scegliere un ministero “comodo”: avrebbe potuto rimanere nella sua casa per dedicarsi all’insegnamento nelle scuole, all’amministrazione di Istituti di beneficenza, alle confessioni nei conventi, alla predicazione. Il desiderio che lo animava maggiormente era però quello di dedicarsi all’educazione dei giovani. I giovani lo seguivano molto volentieri perché era un prete vivace, semplice, faceto, di cuore sensibile e generoso. Aveva uno suo stile molto dolce e paziente. Era indulgente verso i ragazzi provati e segnati dalla miseria, aveva pazienza con i più vivaci.

La gioia non era solo quella che suscitava negli altri. Era anche il sentimento più intimo che provava.

Il beato Palazzolo e le sofferenze, secondo il suo solito

Il Palazzolo sperimentò diverse sofferenze fisiche, psicologiche e spirituali. Quando aveva 5 anni perse il fratello Giacomo. Quando aveva 9 anni perse il padre Ottavio. A 31 anni perse il carissimo padre spirituale, don Pietro Sironi. Fin da ragazzo la sua salute fu fragile.

Volle aiutare la giovane maestra Teresa Gabrieli, nei primi mesi della sua consacrazione, quando cominciò ad avvertire la solitudine della sua scelta, la molteplicità delle sue responsabilità, e il dispiacere dovuto ai trattamenti e ai giudizi che riceveva. Don Luigi le propose un esercizio ascetico molto efficace per mantenere una buona armonia interiore e per non lasciarsi inquietare dai dubbi. Prese spunto da una favola di Esopo. In essa si racconta che ciascun uomo porta due bisacce, una davanti e l’altra dietro. Ciascuna delle due bisacce è piena di difetti. Quella davanti è piena dei difetti altrui, quella dietro dei difetti di chi la porta. Per questo gli uomini non vedono i difetti che vengono da loro stessi, mentre vedono assai perfettamente quelli altrui. Il Palazzolo le diede questo consiglio: “Quando vedete difetti nelle bisacce degli altri, tirate innanzi al petto il vostro sacco, e guardate dentro. Se vi trovate gli stessi difetti che vedete nell’altra, chiamatela e ditele confidenzialmente: Ascolta, o mia amica, io ho questo difetto, e l’ho conosciuto con un serio esame. Io lo voglio estirpare per amore di Dio e per la sua gloria, perché non sta bene che la sua Sposa abbia tale deformità. Aiutami tu, dunque, e col pregare per me, e coll’avvisarmi salutarmente”. (Biografia del Castelletti)

La fecondità testimoniale e evangelizzatrice della spiritualità della “briciola”.

Impariamo a dare attenzione alle briciole

Tutto il Vangelo di Marco, che è orientato a guardare Cristo e la sua vita pubblica, finisce con Cristo che invita a guardare una vedova povera. Quella donna è il “Vangelo vivente”, ovvero quello che Gesù aveva in mente quando ha chiesto ai discepoli di seguirlo. Eppure la donna non parla, non dice nulla, non ha nemmeno un nome. Era una donna vedova, il suo unico sposo era diventato Gesù.

La vedova è generosa non tanto perché ha fatto l’offerta, ma perché in quella misera offerta ha dato “tutto quanto aveva per vivere”. Ma cosa serve per vivere? Per vivere, cioè per avere la vita in pienezza, serve il “dono”. Per vivere serve donare: “Chi cerca la vita la perde. Chi la dona la trova”. I primi posti di Dio appartengono a quelli che, nelle nostre case, regalano vita quotidianamente, con mille gesti non visti da nessuno, con gesti di cura, di accudimento, di attenzione rivolti ai genitori o ai figli.

La vedova anticipa il destino di Cristo, Colui che non si è trattenuto nulla, che ha dato “tutto ciò che serve per vivere”. L’unica ricchezza di questa donna, che umanamente non ha più niente, è il Signore. Crescere spiritualmente significa comprendere che l’unica nostra ricchezza è il Signore e confidare in lui. A Gesù non interessano i nostri talenti, poiché scruta la nostra vedovanza. Lui è l’unico che osserva ciò che gli altri non guardano: le nostre debolezze, le nostre fragilità, la nostra povertà radicale. Se tu sai fare qualcosa, ognuno ti cerca per questa dote. Diversamente, se ti manca qualcosa, gli altri ti stanno lontani. Gesù è l’unico che viene nella nostra vita senza prendere. Quando si scopre che Dio è interessato al nostro scarto, alla nostra vedovanza, alla nostra mancanza, allora si comprende cosa è la vita spirituale.

Impariamo a gioire di essere briciole

Dopo Gesù, la figura che maggiormente ha gioito di essere una “briciola” è stata Maria. È vissuta nella quotidianità più radicale. Nessuno a Nazareth si è accorto di lei e della straordinarietà della sua vita. Nessuno ha ricordato qualche episodio di particolare generosità. Nessun ha parlato di lei citando episodi straordinari, fuori dal comune. Nel Magnificat lei ha cantato: “Il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva”, cioè di colei che è vissuta nascosta eppure abitata in modo straordinario da Dio.

Si dice che uno è umile quando si piega dinanzi alla grandezza di un altro, o quando esalta qualità di ingegno superiori alle sue. Questa non è umiltà, ma onestà. Umiltà non va mai dal basso in alto, ma dall’alto in basso. Quando Francesco d’Assisi si inginocchia davanti al papa, non è umiltà, ma credendo egli alla dignità del papa, è soltanto verità. Umiltà è la sua quando si inchina davanti al povero.

Il Palazzolo ha amato di farsi “briciola” per imitare Gesù.

Conclusione

La “spiritualità delle briciole” non ha come scopo prioritario quello di farci apprezzare il Palazzolo o le suore del Palazzolo, ma quello di farci apprezzare Cristo. Non possiamo imitare materialmente il Palazzolo, cioè ripetere le sue stesse iniziative e le sue forme di carità. Possiamo imitare il modo con cui si è riferito a Cristo, inculturando la fede, cioè coniugando fede e vita dentro il vissuto quotidiano. Dove ha individuato, il Palazzolo, la sorgente del suo stile di vita? Nell’eucarestia. Si è accorto che non c’erano solo le briciole del tavolo da cucina, c’erano anche le briciole dell’eucarestia. Nella messa il prete usa il corporale per non far cadere le briciole dell’ostia per terra. Usa la patena per non far cadere le briciole dell’ostia per terra. Le rimette nel calice.

La “spiritualità della briciola” deve farci desiderare di essere come le briciole dell’eucarestia: piccole, fragili, ma vicine a Cristo. Gesù, oltre che “briciola”, si è fatto “patena”, cioè custode, per non perdere nessuna briciola. Noi siamo le briciole di Cristo. Non ci perdiamo, non veniamo gettati per terra, se stiamo vicini a Lui.