Veglia della vigilia

Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Omelia Mons. Francesco Beschi

Il significato di una canonizzazione

Abbiamo sentito nell’Introduzione alla veglia che la canonizzazione di don Luigi Palazzolo è un dono, un segno di benedizione per tutta la Chiesa. Sì, perché suscitando i Santi, il Signore ci mostra fino a che punto può giungere una creatura umana quando si lascia condurre dalla sua grazia.

Perciò rendiamo grazie a Dio perché donandoci sempre nuovi Santi ci dice che la Chiesa anche oggi è animata dal suo Santo Spirito, vive e non invecchia, fiorisce e in ogni stagione può germinare meravigliosi frutti di bontà e di umanità.

Non è la Chiesa a «fabbricare» i Santi; semplicemente li riconosce e li indica a tutti come modelli di vita, maestri nel cammino di fede, di speranza e di carità; ci incoraggia a seguire le orme di questi nostri amici e protettori, così che anche noi, come il Palazzolo, possiamo chiederci: «Se i Santi sono persone come noi, perché non possiamo fare anche noi quello che essi hanno fatto?». E non si tratta – prosegue il Palazzolo – di compiere opere strepitose, ma «cose comuni e quotidiane con amore».

Ecco un primo frutto che osiamo sperare da questa canonizzazione: crescere nel desiderio di santità, di una vita cristiana più coerente con gli impegni del nostro battesimo.

La sequela di Gesù Crocifisso è il cuore della santità

Della storia di Gesù don Luigi Palazzolo ricorda Betlemme e Nazaret e, con particolare preferenza, la Croce. Dagli appunti scritti durante gli Esercizi spirituali del 1869, abbiamo sentito che il suo cammino di santità è stato fortemente segnato dalla scoperta di Gesù «ignudo sulla Croce». Conformarsi al Crocifisso, assimilarsi alla passione di Gesù, partecipare alla Croce, sono espressioni che ricorrono nei suoi scritti.

Il suo sguardo contemplativo si sofferma soprattutto sulle mani e sui piedi del Crocifisso bucati dai chiodi, sul suo fianco trapassato dalla lancia. Quelle ferite sono il segno perenne dell’amore di Dio per noi, un amore smisurato: «Fu l’Amore che inchiodò Gesù Cristo sulla Croce. Con il dolore delle mani volle pagare tutti i peccati fatti dagli uomini con le mani, e così con i piedi».

La santità sta tutta qui, come ci ricorda Papa Francesco, «nell’unirsi alla morte e risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui» (Gaudete et exsultate 20).

La contemplazione di don Luigi Palazzolo non si ferma a considerazioni intellettuali, ma diventa dialogo; la meditazione fiorisce in un colloquio orante, a tu per tu con Gesù crocifisso: «Amor mio Crocifisso, beneditemi con quelle mani e inchiodate ai vostri piedi il nostro cuore».

Guardando Gesù «ignudo sulla croce», nel suo corpo piagato anche noi possiamo avere la certezza che Dio ci ama, non ci respinge, ci salva, ci mette nel cuore la grazia della santità. La Croce diventa allora radiante di una misteriosa bellezza.

Tutto ciò richiede che noi sostiamo volentieri in preghiera davanti al Crocifisso. Allora ci sentiremo illuminati e confortati. Abituiamoci a usare questa parola «croce» non solo per i fastidi e le pesantezze piccole o grandi della vita, ma anzitutto per dire: Dio mi ha amato tanto, ha dato per me il suo Figlio, Gesù è morto per salvarmi, mi ama, mi perdona e mi fa risorgere.

Tutto ciò avrà come conseguenza che anche le nostre croci, piccole o grandi, non saranno più soltanto cose che ci affliggono o ci disperano, ma potranno essere lette come una partecipazione a quel mistero di salvezza che salva il mondo.

L’amore per Gesù ci rinvia ai fratelli, soprattutto i più poveri

Nella vita di don Luigi Palazzolo l’imitazione del Crocifisso si è tradotta in un amore preferenziale per i poveri e i bisognosi, nella consapevolezza che il sacrificio di Cristo continua in chi soffre, soprattutto in coloro che sono esclusi e disprezzati dalla società, quelli che papa Francesco definisce il frutto di una «cultura dello scarto».

Don Luigi Palazzolo si è preso cura di loro con lo stile di Gesù, come abbiamo ascoltato anche dalle parole rivolte a suor Benedetta Franco: «Adopera tutti quei modi che la carità di Cristo ti insegnerà».

Quanta amorevolezza e attenzione ha usato nei loro confronti. E quante iniziative, opere, case per soccorrerli concretamente. Egli è diventato testimone di un Dio che «ha un debole per i poveri»: non si limita ad aiutare i poveri, ma diventa povero lui stesso.

Al riguardo, è molto bella la testimonianza resa nel luglio 1875 da monsignor Alessandro Valsecchi, vescovo ausiliare di Bergamo e direttore spirituale del Palazzolo fin dalla giovinezza: «Don Luigi ha un dono particolare per tirare a Dio i fanciulli e amore straordinario alla povertà. Da ricco si è fatto povero, vive poverissimamente e spende e spande quanto può per i poverelli e per le poverelle».

Il suo esempio ci insegna che i poveri non sono numeri ma volti, storie, persone, ognuna con il suo fardello di dolore che a volte sembra impossibile da portare. Prima ancora di fare qualcosa per loro, occorre guardarli in faccia, mettere i nostri occhi nei loro, stringere loro la mano, scorgere in essi la carne di Cristo e aiutarli a riconquistare la loro dignità e a rimettersi in piedi. Attraverso la nostra cordialità, devono sentire di essere importanti agli occhi di Dio.

Lo stile della santità: umiltà, semplicità e gioia

Tra le virtù di Gesù che il Palazzolo ammira maggiormente c’è l’umiltà. Scrive: «Tutta la vita di Gesù Cristo qui in terra fu ammaestramento di umiltà. Quanto deve essere sublime quella virtù per cui viene il Figlio stesso di Dio dal cielo in terra a insegnarcela con l’esempio e con le parole!». Per questo ricorda che «chi è chiamato a far del bene agli altri, tanto più deve avere umiltà. Quanto più sei grande, umilia te stesso in tutte le cose e troverai grazia presso Dio».

Come insegna Papa Francesco, «solo l’umiltà è la via che ci conduce a Dio e, allo stesso tempo, proprio perché ci conduce a lui, ci porta anche all’essenziale della vita, al suo significato più vero, al motivo più affidabile per cui la vita vale la pena di essere vissuta».

Siamo persone umili quando confidiamo in Dio e non nelle nostre forze; quando sappiamo non ci vergogniamo delle nostre fragilità e accettiamo con realismo i limiti connessi alla nostra esistenza, senza rinunciare a vivere con gioia e speranza la nostra umanità, amata e benedetta dal Signore.

 Il legame con il successore di Pietro

La “geografia” di questi giorni suggerisce un ultimo pensiero. Questa sera siamo ospitati nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma, la «madre di tutte le chiese». Domani mattina saremo in San Pietro, dove don Luigi Palazzolo verrà proclamato santo da Papa Francesco, vescovo di Roma e successore dell’apostolo Pietro.

In tempi nei quali la figura del papa era molto contestata, don Luigi Palazzolo ha nutrito un forte attaccamento alla Sede Apostolica e una vera devozione per il successore dell’apostolo Pietro. In una lettera che immagina di inviare a un giovane amico, don Luigi si esprime così: «Mi domandi che ne dico del “mio” Papa… Quanto mi è caro quell’aggettivo “mio”… Voglio credere che anche tu lo ami» (11 aprile 1869).

Il nostro pensiero e la nostra preghiera vanno in questo momento a Papa Francesco: abbiamo molti motivi per esprimergli la nostra riconoscenza: la sua limpida testimonianza evangelica, la sua passione per il rinnovamento della Chiesa, il suo impegno per la pace nel mondo, la sollecitudine per i poveri e gli emarginati…

Anche in questa canonizzazione, che quelle di altri santi e beati della nostra Chiesa di Bergamo, cogliamo un segno della sua predilezione per la nostra terra.

 

Affidiamo al Signore il suo delicato ministero; invochiamo su di lui lo Spirito Santo, perché lo sostenga sempre con la sua luce e la sua forza; imploriamo l’intercessione della beata Vergine Maria perché lo protegga e gli doni forza e salute.