La Santità in Gaudete et Exsultate

Don Ezio Bolis

La Santità in Gaudete et exsultate di papa Francesco

 La santità interessa ancora? Che senso ha canonizzare qualcuno?

In una predica tenuta alla radio e pubblicata nel 1988, Hans Urs von Balthasar riscontrava la tendenza a svalutare l’importanza del culto dei santi: «L’odierna architettura delle chiese non vuol più vedere immagini, i Santi vengono dimenticati, le loro feste vengono spostate nel calendario generando confusione, la loro comunione e la loro intercessione restano inutilizzate». E il teologo svizzero aggiungeva: «Resta da chiedersi se noi senza la loro luce vedremmo Dio più chiaramente. Io penso di no. Dovremmo nuovamente mettere la loro fiaccola sopra il moggio per non incespicare nel buio della notte. Poiché nella luce dei Santi, che del resto è solo la luce di Dio nel mondo, noi vediamo la luce».

Elevando agli onori degli altari un suo figlio o una sua figlia, è come se la Chiesa ponesse una fiaccola sul candelabro, affinché faccia luce a noi che rischiamo continuamente di incespicare nel cammino della vita, spesso oscuro e incerto. Sì, perché i Santi, con la loro luce, ci aiutano a vedere più chiaramente Dio e rischiarano la strada che porta a Lui.

Don Luigi Palazzolo è una fiaccola che lo Spirito Santo ci ha donato affinché illumini i passi delle nostre comunità cristiane, della nostra Diocesi e della Chiesa intera. Le faville che lo Spirito Santo ha sprigionato dalla sua vita ardente, possono accendere ancora oggi e mantenere vivo quel fuoco che Gesù è venuto a far divampare sulla terra. La figura luminosa del Palazzolo è un «segno dei tempi» che oggi lo Spirito offre alla Chiesa e al mondo per rilanciare la vita cristiana, per ispirare e generare altri itinerari di santità.

 Ripartire dalla santità: l’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate

Il 19 marzo 2018, a cinque anni dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco ha firmato la sua terza Esortazione apostolica, Gaudete et exsultate (GE), un caldo invito alla santità per tutti i battezzati.

Papa Francesco non ha l’ambizione di presentare un trattato sulla santità, «con tante definizioni e distinzioni» o analisi «circa i mezzi di santificazione»; vuole semplicemente «far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità» (GE 2), l’unica via per compiere quel desiderio di felicità che alberga nel cuore di ognuno.

 Chi sono i santi? Che cosa significa essere santi?

L’espressione «i santi della porta accanto» (GE 6) può sembrare scontata ma non lo è. In modo efficace esprime un capovolgimento nel modo di concepire la santità e i criteri per il suo pubblico riconoscimento.

Nel contesto delle profonde trasformazioni del XIX secolo si fa strada una “santità sociale” dove donne e giovani occupano un posto significativo. Diffusa ormai nel mondo intero, la Chiesa tende a essere sempre più presente tra tutti i popoli della terra. Il grande numero di canonizzazioni suggerisce molteplici e variegati modelli di santità proposti ai fedeli. L’eroicità delle virtù non viene intesa soltanto come il grado della carità ottenuto attraverso esercizi continui e radicali delle virtù, o raggiunto in circostanze di persecuzione. Eroica è la virtù esercitata in modo costante dei doveri inerenti al proprio stato di vita. La consapevolezza di una santità vissuta nelle forme ordinarie dell’esistenza matura anche grazie all’esperienza di santi come Francesco di Sales e Teresa di Lisieux. Spicca originale, Charles de Foucauld, che predilige la “vita nascosta” di Gesù a Nazaret: Verbo incarnato, Figlio di Dio, Uomo tra gli uomini, si sottomette alle comuni leggi dell’esistenza, condividendo con gli abitanti di Nazaret una vita modesta e ignorata dal resto del mondo. Valorizzare il mistero di Nazaret esige che la testimonianza cristiana assuma un “carattere domestico”.

La santità prende forma nel mondo degli affetti familiari (GE 7, 14), nel contesto di un lavoro esercitato con responsabilità (GE 14), nell’accettazione delle croci quotidiane (GE 92), nella preghiera semplice e fiduciosa (GE 154), nel compimento di piccoli gesti di carità (GE 16) e di accoglienza (GE 102). Novità originale è quella

indicata da papa Francesco quando dice che la santità affiora anche fuori della Chiesa cattolica (GE 9), perché lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole (cfr. Gv 3,8).

Certo, questa “santità nella vita ordinaria” deve fare i conti con una mentalità non sempre favorevole: ansia, tristezza, paura, aggressività, edonismo, individualismo, superficialità (GE 110); e richiede, oggi particolarmente, atteggiamenti virtuosi: pazienza e sopportazione, mitezza e umiltà, gioia e senso dell’umorismo, coraggio e audacia (GE 112-139).

 I santi, imitatori esemplari di Gesù Cristo

Diverse sono state le forme nelle quali il popolo di Dio ha riconosciuto la santità, dall’eroicità nell’esercizio delle virtù allo spendere la propria vita per gli altri e sacrificarsi nel martirio. Tutte sono accomunate da «un’imitazione esemplare di Cristo» (GE 5). La prospettiva cristocentrica di papa Bergoglio emerge in vari passaggi dell’Esortazione, come quando dice che «la santità è vivere in unione con Cristo i misteri della sua vita. Consiste nell’unirsi alla morte e risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui» (GE 20). La santità non corrisponde a una generica perfezione; è condividere con Cristo un modo di essere. Le stesse Beatitudini, alle quali è dedicato un intero capitolo, prima ancora di essere un programma di vita per il cristiano, sono un affresco di Gesù, di come Lui ha vissuto. Gesù è l’Uomo delle Beatitudini, il povero in spirito, l’afflitto consolato, il mite, l’affamato e assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato per causa della giustizia. Ogni beatitudine esprime un tratto della vita santa di Gesù, che il cristiano è chiamato a riprodurre con fedeltà e creatività (GE 89).

Il cristiano, chiamato alla santità, fissa gli occhi sul Maestro, su ciascuna delle sue azioni, ne riproduce gli “stati” (i sentimenti – disposizioni interiori) e i “misteri” (le opere): la santità consiste nel «riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di Gesù; la vita nascosta, la vita comunitaria, la vicinanza agli ultimi, la povertà e altre manifestazioni del suo donarsi per amore» (GE 20). E però, Gesù non sta di fronte al credente come un semplice modello davanti al pittore. Aderire è più che imitare: dice una disposizione permanente, uno stato di passività che lascia agire Dio dentro di noi. Questa unione conformante a Cristo richiede l’abnegazione, la rinuncia a sé; svuotare sé stessi e farsi grembo per accogliere Lui. È il risvolto faticoso ma indispensabile della santità: «Sarà difficile che ci impegniamo e dedichiamo energie a dare una mano a chi sta male se non coltiviamo una certa austerità» (GE 108).

 La santità di popolo

«La santificazione è un cammino comunitario» (GE 141). L’imitazione di Cristo non si realizza in forma privata e intimistica: è sempre esperienza che si realizza in quell’organismo umano e divino che è la Chiesa.

Destinataria della chiamata alla santità è l’intera comunità ecclesiale; lì si colloca la risposta personale di ciascuno. L’Esortazione riprende il testo conciliare dove si dice che «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità» (LG 9). Nella sinfonia tra doni e carismi, nell’assunzione dei differenti e complementari ministeri, si dispiega non uno statico modello di santità, ma l’inesauribile ricchezza della santità di Dio.

Essere uomini e donne “della Chiesa” vuol dire non considerarla proprietà personale, ma soggetto vivo e vero con il quale rapportarsi, in rispettoso ascolto e in umile obbedienza, disponibili alla collaborazione, alla mediazione e alla costruzione dell’unità, anche quando tutto questo possa essere crocifiggente. Sì, «la santità è il volto più bello della Chiesa» (GE 9).

 Battesimo e vocazione alla santità

«Lascia che la grazia del Battesimo fruttifichi in un cammino di santità» (GE 15). Porta d’ingresso nella vita spirituale, il Battesimo incorpora a Cristo e al mistero della sua morte e resurrezione, è l’inizio della vita secondo lo Spirito. Al battezzato null’altro è chiesto se non la creativa fedeltà al Vangelo nelle mutevoli contingenze della vita, un ascolto della storia pieno di intelligenza e lucidità, e un’obbedienza vitale all’«evangelo eterno» (Ap 14,6), al «Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8).

Quando il credente vive nella sua normale professione, in famiglia, nello spazio civico, nel proprio ambiente

culturale, precisamente lì, collabora all’avvento del Regno di Dio, lì realizza la sua santità come membro della Chiesa testimone della verità e della bontà, della carità e della vittoria della grazia su ogni forma di male e di peccato: può morire silenziosamente senza disperazione, compiere umilmente il proprio dovere anche senza esserne gratificato.

 Si è santi per grazia

La santità dell’uomo deriva dalla fonte unica ed esclusiva che è la santità di Dio: «Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2). Questo esclude ogni presunta santità, intesa come irreprensibilità morale o eroismo perfezionista.

Non si è santi per lo sforzo personale o in virtù della propria carne, sempre debole, ma per la grazia, gratuita partecipazione allo Spirito di santità. Dono di Dio, partecipatoci da Cristo, la santità non sta alla fine ma all’inizio della vita: è donata, non meritata. Con il Battesimo il cristiano è reso perfetto, configurato a Cristo nella sua morte e risurrezione, colmato dello Spirito Santo e dei suoi doni.

Partendo da questo inizio bisogna rendere “verace” quella santità, ratificandola attraverso tutte le temperie della vita. Il dinamismo del mai compiuto cammino di santificazione è frutto della docilità all’azione dello Spirito di santità che ispira e sostiene la libertà umana, operando nel credente un decentramento del proprio “io” a favore dell’“io” di Cristo: trasformato dalla grazia, l’uomo diventa “nuova creatura”; questo esige la sua libera collaborazione, altrimenti la grazia è vana e si spreca (cfr. 2Cor 6,1).

Plasmato dal tratto militante della spiritualità ignaziana, per papa Francesco la santità non può essere perseguita senza un combattimento serrato contro inclinazioni e stili di vita che distolgono dalla carità, resistendo allo spirito mondano e al demonio «che è il principe del male» (GE 159). Questa lotta può registrare sconfitte: non ci si deve scoraggiare; bisogna alzare «gli occhi al Crocifisso e dirgli: “Signore, io sono un poveretto, ma tu puoi compiere il miracolo di rendermi un poco migliore» (GE 15).

 La santità ha volti concreti

Per scongiurare il rischio di un’elaborazione formale o retorica del discorso sulla santità, papa Francesco propone decine di figure di santi. Vicino ai «santi della porta accanto», presenta nomi e cognomi di uomini e donne che hanno vissuto tanto da meritarsi il riconoscimento pubblico e solenne della santità.

Nelle storie di questi santi si può scorgere qualcosa della prodigiosa azione di Dio nella vita di un’anima e cogliere «quale splendida cosa sia l’umanità». I santi sono gli interpreti più veri della Sacra Scrittura, non solo “attualizzano” il testo biblico, ma lo “attuano”, lo fanno esistere, lo rendono vivo. La loro esperienza è capace di sprigionare sensi e virtualità nascoste della Parola di Dio, in risposta a domande e situazioni nuove.

Forse è tempo di tornare a leggere le vite dei santi e di coltivare meglio l’agiografia.

La santità si dà sempre in una storia concreta: «Non è sufficiente essere santi: è necessaria la santità che il momento presente esige, una santità nuova, che mostri porzioni di verità e di bellezza fino ad ora nascoste sotto uno spesso strato di polvere». La sequela di Gesù è la stessa in ogni tempo, ma si modella in una storia

che è sempre nuova. Occorre saper discernere forme e modalità di santità nella cultura odierna, con i suoi limiti e le sue tante risorse, «per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere» (GE 169); e perché il cammino di santità assume un profilo personale: «Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui» (GE 11).

 I santi, contemplativi in azione

«Ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze» (GE 37); «Al centro c’è la carità […]. Siamo chiamati a curare attentamente la carità» (GE 60). La carità ha molte sfaccettature: comporta di condividere i propri beni, ma anche di caricarsi delle sofferenze altrui; di compatire, sopportare, perdonare, impegnarci per la giustizia, adoperarci per edificare la pace, come recitano le Beatitudini (GE 67-94). La carità trae la sua ragion d’essere e le sue forme dall’intima unione con Cristo, dalla sua grazia: qui si salda con la preghiera. A chi le rimproverava di dedicare troppo tempo all’orazione, Madre Teresa di Calcutta rispose: «Senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega. Pregando, Dio mi mette il suo Amore nel cuore e così posso amare i poveri. Pregando!». Se è la preghiera che «alimenta una donazione quotidiana d’amore»

(GE 104), si comprende perché «il santo è una persona dallo spirito orante, che ha bisogno di comunicare con Dio» (GE 147): non c’è santità senza preghiera!

La contemplazione non si contrappone all’azione; la preghiera non dispensa dall’impegno, non annulla la libertà umana, non ci esonera dal fare la nostra parte, come dice una massima attribuita a Ignazio di Loyola: «Devi fare come se tutto dipendesse da te, ma prega come se tutto dipendesse solo dalla grazia di Dio».

I santi sono persone felici

Introducendo il paragrafo dedicato alla gioia (GE 122-128), il papa osserva che «il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (GE 122). Dopo aver richiamato la promessa della gioia messianica annunciata dai profeti, si sofferma sull’esultanza della Vergine Maria, che prorompe nella visita alla cugina Elisabetta con il cantico del Magnificat. Quindi richiama il giubilo che pervade l’esistenza di Gesù e il messaggio evangelico (GE 124).

Dire felicità è dire santità; lo mostrano le Beatitudini: «La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine» (GE 64).

C’è chi dice che uno dei grandi problemi della Chiesa di oggi è di avere ministri scontenti; vale anche per i laici. Perché abbiamo dimenticato la gioia? Un prete felice è un buon prete. La gente domanda anzitutto questo: un tratto di bella serenità; un’espressione naturale, non costruita; quella di una vita buona, che sa trovare la gioia senza ignorare le fatiche e la sofferenza dell’esistenza; che sa comunicare il Vangelo con lo stile, il tratto, il modo di essere e di porsi, ancor prima della parola e dell’azione; che rende credibile la buona notizia di Dio attraverso i segni inconfondibili della pace interiore, quieta e fiduciosa.